Anno II - n°14 - 12.10.2004 Pagine Nazionali

   


Oggi il diabete si cura (anche) con la comunicazione


Studi recenti stimano 2.000.000 di diabetici in Italia. Un numero destinato a salire: nel 2025 si prevede che saranno 5.000.000. Ogni anno si registrano circa 100.000 nuovi casi, ma il dato più allarmante è che il 30% dei casi di diabete di tipo 2 non è neanche diagnosticato. Per questo la cura del diabete oggi è prevalentemente una questione di comunicazione. Saper informare adeguatamente i pazienti e riuscire a coinvolgerli nella gestione della cura permette di migliorare la qualità dell’offerta sanitaria e abbattere i costi di un servizio pubblico non sempre in grado di rispondere adeguatamente alla crescente domanda dei diabetici nel nostro Paese. La Società Scientifica Associazione Medici Diabetologi (AMD) – composta quasi integralmente da specialisti che lavorano nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – ha fin dalla sua costituzione avvenuta nel 1974 lavorato per estendere la propria ricerca anche al di fuori dei laboratori, dando vita ad un’indagine di taglio socio-sanitario. Accanto ai tradizionali studi epidemiologici e di sperimentazione su farmaci, l’AMD ha cominciato infatti ad utilizzare gli strumenti della sociologia e dell’informazione, andando a rilevare il vissuto soggettivo dei malati, la percezione delle parole “salute” e “malattia”, ed analizzare i messaggi dei media e il loro impatto sulla domanda di salute. La pratica quotidiana dei membri dell’AMD all’interno del SSN ha consentito un dialogo costante con i pazienti e ha così avviato un profondo ripensamento degli aspetti sociali del diabete, in particolare in merito alla qualità di vita del malato cronico. L’AMD ritiene centrale interrogarsi su quale sia l’impatto del SSN sul paziente, quali siano le aspettative dei malati e cosa si possa fare per migliorare l’offerta di cure.
La ricerca di AMD ha raggiunto un importante risultato con la pubblicazione lo scorso anno del “Rapporto Sociale Diabete 2003”, in cui questi problemi venivano presentati e, per la prima volta, quantificati. Il lavoro non si è però concluso con la pubblicazione del rapporto: nel corso del workshop di ottobre 2004 a Lucca, il Centro Studi e Ricerche dell’AMD presenterà gli sviluppi e le ulteriori prospettive aperte dalla sua indagine. Ma a Lucca non si parlerà solo del “caso diabete”del nostro Paese. «Per spiegare cosa significa diabete in Africa – ha affermato Jean-Claude Mbaya Vice Presidente International Diabetes Association – vi dirò quale domanda mi ha fatto il padre di un bambino cui avevo appena diagnosticato il diabete di tipo 1: “Dottore, non si potrebbe lasciarlo morire? Se lo devo curare non avrò più i soldi per dare da mangiare agli altri 5 figli che ho a casa !».
Nei Paesi in via di sviluppo la diffusione del diabete cresce in maniera impressionante, soprattutto perché mancano quegli strumenti elementari che in Occidente vengono impiegati per la cura. La semplice mancanza di un sistema di refrigerazione per la conservazione dell’insulina è, ad esempio, un elemento cruciale che condanna i medici africani ad una situazione di tragica impotenza.






 


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