Studi recenti stimano 2.000.000 di diabetici in Italia. Un numero
destinato a salire: nel 2025 si prevede che saranno 5.000.000. Ogni
anno si registrano circa 100.000 nuovi casi, ma il dato più allarmante
è che il 30% dei casi di diabete di tipo 2 non è neanche diagnosticato.
Per questo la cura del diabete oggi è prevalentemente una questione di
comunicazione. Saper informare adeguatamente i pazienti e riuscire a
coinvolgerli nella gestione della cura permette di migliorare la
qualità dell’offerta sanitaria e abbattere i costi di un servizio
pubblico non sempre in grado di rispondere adeguatamente alla
crescente domanda dei diabetici nel nostro Paese.
La Società Scientifica Associazione Medici Diabetologi (AMD) –
composta quasi integralmente da specialisti che lavorano nel Servizio
Sanitario Nazionale (SSN) – ha fin dalla sua costituzione avvenuta nel
1974 lavorato per estendere la propria ricerca anche al di fuori dei
laboratori, dando vita ad un’indagine di taglio socio-sanitario.
Accanto ai tradizionali studi epidemiologici e di sperimentazione su
farmaci, l’AMD ha cominciato infatti ad utilizzare gli strumenti della
sociologia e dell’informazione, andando a
rilevare il vissuto soggettivo dei malati, la percezione delle parole
“salute” e “malattia”, ed analizzare i messaggi dei media e il loro
impatto sulla domanda di salute. La pratica quotidiana dei membri
dell’AMD all’interno del SSN ha consentito un dialogo costante con i
pazienti e ha così avviato un profondo ripensamento degli aspetti
sociali del diabete, in particolare in merito alla qualità di vita del malato cronico.
L’AMD ritiene centrale interrogarsi su quale sia l’impatto del SSN sul
paziente, quali siano le aspettative dei malati e cosa si possa fare
per migliorare l’offerta di cure.
La ricerca di AMD ha raggiunto un importante risultato con la
pubblicazione lo scorso anno del “Rapporto Sociale Diabete 2003”, in
cui questi problemi venivano presentati e, per la prima volta,
quantificati. Il lavoro non si è però concluso con la pubblicazione
del rapporto: nel corso del workshop di ottobre 2004 a Lucca, il
Centro Studi e Ricerche dell’AMD presenterà gli sviluppi e le ulteriori prospettive aperte dalla sua indagine.
Ma a Lucca non si parlerà solo del “caso diabete”del nostro Paese.
«Per spiegare cosa significa diabete in Africa – ha affermato
Jean-Claude Mbaya Vice Presidente International Diabetes Association –
vi dirò quale domanda mi ha fatto il padre di un bambino cui avevo
appena diagnosticato il diabete di tipo 1: “Dottore, non si potrebbe
lasciarlo morire? Se lo devo curare non avrò più i soldi per dare da
mangiare agli altri 5 figli che ho a casa !».
Nei Paesi in via di sviluppo la diffusione del diabete cresce in
maniera
impressionante, soprattutto perché mancano quegli strumenti elementari
che in Occidente vengono impiegati per la cura. La semplice mancanza
di un sistema di refrigerazione per la conservazione dell’insulina è,
ad esempio, un elemento cruciale che condanna i medici africani ad una
situazione di tragica impotenza.