Anno II - n°14 - 12.10.2004 Pagine Nazionali

   


La comunicazione tra il medico e il paziente in oncologia: Non solo corretta informazione terapeutica, ma anche Ascolto, fiducia e empatia


I 270.000 italiani che ogni anno si ammalano di tumore hanno diritto a cure sempre più efficaci e mirate e ad una corretta informazione scientifica sulla malattia e i suoi sviluppi. Ma il ruolo del medico oncologo non può e non deve limitarsi a questo. E’ sempre più forte oggi la necessità che il rapporto medico-paziente si sposti su un ulteriore piano, diventando una relazione basata su fiducia, stima e collaborazione, fino ad un’auspicabile empatia. Il paziente deve poter percepire il suo medico come alleato nella lotta conto la malattia, come suo sostenitore nell’affrontare la disperazione, il sentimento di impotenza e angoscia che normalmente accompagnano una diagnosi di tumore.
Se fino ad ora l’oncologo si affidava alla sua spontaneità e all’esperienza fatta sul campo, oggi la classe medica per fornire supporto psicologico al paziente chiede una formazione mirata, al fine di affrontare la componente emotiva del paziente, abilità clinica indispensabile in area oncologica, ma anche la propria.
Con questa finalità è partito il 17 settembre il workshop “La comunicazione medico-paziente nel cancro avanzato”, organizzato dall’Ospedale Sant’Andrea di Roma in collaborazione con la Regione Lazio e il contributo di Novartis. Il progetto è rivolto ai responsabili di struttura che, per la rilevante influenza nell’ambito dei Servizi da loro diretti, possono rappresentare un “modello” per i loro collaboratori nella pratica clinica quotidiana.
I metodi e le tecniche al centro del workshop sono da tempo sperimentate negli Stati Uniti: i due docenti, che provengono dal M.D. Anderson Cancer Center di Houston, Walter Baile e Renato Lenzi, hanno studiato a fondo le difficoltà dei medici nel dire la verità senza distruggere la speranza, ma i risultati hanno peraltro dimostrato che è possibile insegnare ed apprendere tecniche di comunicazione per ovviare a tali difficoltà.
“In Italia - dichiara Aldo Vecchione Ordinario di Oncologia Medica, Università La Sapienza di Roma - si sta assistendo ad un profondo cambiamento nella cultura del rapporto medico-paziente, derivante dall’esigenza di definire un nuovo approccio al colloquio. E’ proprio questo lo spirito dell’iniziativa dell’Ospedale Sant’Andrea che vede nelle capacità comunicazionali e psico-sociali una competenza ormai imprescindibile. Auspichiamo che quest’iniziativa possa essere esportata ad altre regioni e che possa contribuire ad un cambiamento della gestione del paziente, convinti che possa portare anche ad un miglioramento clinico e psicologico nell’affrontare la malattia”. Studi sperimentali, infatti, hanno evidenziato che una comunicazione “aperta” influenza la compliance alle cure, ha effetti positivi sul benessere psicologico del paziente, permette di seguire con maggiore accuratezza i risultati delle terapie e gli effetti collaterali, oltre che attenuare il sovraccarico emotivo che può colpire anche il medico.
“Siamo contenti che tale progetto parta proprio nella nostra Regione - dichiara Domenico Gramazio, presidente dell’Agenzia di Sanità Pubblica della Regione Lazio - poiché il miglioramento delle strutture sanitarie e dell’assistenza al paziente oncologico è una delle nostre priorità”.
Nella regione Lazio, si stimano ogni anno 20.000 nuove diagnosi di tumore e si registrano circa 57.000 ricoveri ospedalieri, che corrispondono a 36.000 soggetti e a 700.000 giornate di degenza. La sopravvivenza a 5 anni è in media del 48% (maschi 38%, donne 59%).
“L’iniziativa del Sant’Andrea - continua Domenico Gramazio - rappresenta da un lato un’occasione unica per il paziente di poter avere al proprio fianco un medico “alleato”, in grado di curare il suo stato emotivo oltre che la sua malattia, dall’altro uno strumento didattico per il medico che accresce la sua professionalità, imparando come meglio instaurare con il paziente un rapporto di fiducia anche in situazioni di “comunicazione difficile”.
“L’oncologia rappresenta per noi una delle aree terapeutiche di interesse prioritario in cui stiamo rendendo disponibili prodotti di altissima tecnologia, innovazione e valore terapeutico - commenta Giacomo Di Nepi, Amministratore Delegato di Novartis in Italia - Il sostegno a questa importante iniziativa esprime l’impegno della nostra azienda verso una medicina che sia davvero “dalla parte del paziente”. Non solo con farmaci e ricerca d’avanguardia, ma anche attraverso alleanze costruttive con istituzioni pubbliche e centri di eccellenza nel Paese. Questa iniziativa ne è testimonianza”.
La necessità di una formazione alla comunicazione per il medico oncologo risulta di primaria importanza se si pensa che è stato calcolato che nel corso della propria carriera un medico oncologo si trova a dover dare informazioni non favorevoli migliaia di volte. Un medico ospedaliero con 40 anni di attività farebbe tra i 150 mila e i 200 mila “colloqui difficili” con pazienti e familiari. Nel corso dell’ultimo congresso ASCO (American Society of Clinical Oncology) è stata presentata un’indagine condotta su 700 oncologi: la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di non avere una strategia per sostenere un colloquio in cui sono previste notizie infauste. “Grazie a fattori quali la crescente divulgazione scientifica attraverso i media, l’aumento delle associazioni pazienti, fino alla più recente proposta di legge sul testamento biologico, la posizione del paziente di fronte alla malattia si è spostata da ricevitore passivo di cure a protagonista attivo nel processo terapeutico - afferma Anna Costantini, Responsabile Settore di Psiconcologia, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma - Un corso di formazione appropriato per imparare a comunicare con i pazienti è uno strumento essenziale non più solo per permettere ai pazienti di capire la malattia, ma per consentire quell’empatia medico-paziente che favorisce un’attitudine mentale più positiva di entrambi, diminuendo la natura stressante del colloquio”.






 


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