Anno II - n°10 - 04.02.2004 Pagine Nazionali

 


Laser per ernia del disco

Dr. Gian Paolo Tassi - erniadeldiscolaser@insinet.it 
La PLDD (Percutaneous Laser Disc Decompression) fu inventata dal Prof. Daniel S.J. Choy (Direttore del Laser Spine Center della Columbia University di New York) che la applicò per la prima volta su un paziente nel febbraio 1986 a Graz (Austria) in collaborazione con il Prof. P.W. Ascher. Nel 1991 la FDA approvò e certificò la PLDD. Dal 1986 ad oggi il Prof. D. Choy ha trattato circa 3000 pazienti con la PLDD (per ernie situate a tutti i livelli della colonna vertebrale: cervicali, dorsali e lombari). Nell'ottobre 2002, per la prima volta in Italia, il Prof. D. Choy in collaborazione con Il Dr. Gian Paolo Tassi hanno eseguito 2 procedure di PLDD su pazienti italiani del Dr. Tassi. La PLDD è una procedura realmente mininvasiva che può essere applicata su un vasto gruppo di pazienti affetti da lombalgie e/o sciatalgie dovute alla presenza di protrusioni o ernie discali ribelli ai trattamenti standard farmacologici e fisici. La tecnica, che può essere condotta anche in regime di Day-Surgery, consiste nell'inserire un ago di piccolo diametro all'interno del nucleo polposo del disco intervertebrale "malato"; una volta raggiunto il target - sotto costante controllo fluoroscopico - si inserisce all'interno dell'ago guida una sottilissima fibra ottica laser al fine di raggiungere con essa lo stesso nucleo polposo. Il tutto viene condotto con una blanda anestesia locale. E' fondamentale rispettare alcuni reperi per non incorrere nella lesione di importanti organi vascolari o viscerali. Altrettanto importante e DETERMINANTE è la potenza del singolo impulso laser rilasciato, la potenza globale alla fine della procedura, le pause tra i singoli input, la fonte laser utilizzata. L'obiettivo del trattamento non consiste nella rimozione anatomica dell'ernia o della protrusione discale ma nella marcata riduzione della pressione delle stesse sulle strutture radicolari viciniori mediante la vaporizzazione di una piccola quantità di nucleo polposo. Non esistono vere e proprie controindicazioni alla PLDD se si eccettuano pazienti che hanno diatesi emorragiche o presentano una spondilolistesi di grado medio o severo. Vi è possibilità di trattare più di un "disco" in una unica seduta così come possono essere sottoposti al trattamento anche i pazienti affetti da recidive erniarie post-chirurgiche (e non sono pochi!!!). 

Il Dr. Gian Paolo Tassi dal dicembre 2002 ha trattato 228 ernie discali in 196 pazienti (in 16 pazienti sono stati trattati 2 spazi in una unica seduta) con la PLDD secondo Choy e 131 con metodo Choy ma con fonte laser differente (diodo 980 nm.). I rusltati dello studio, analizzati con la scal di MacNab, ha evidenziato risultati positivi nell'82,6% dei casi; i risultati insoddisfacenti sono stati del 17,4% (a tal proposito è importante la considerazione che questi ultimi pazienti non hanno comunque subito un peggioramento del quadro clinico e sintomatologico a causa del trattamento); inoltre, ad essi non è comunque precluso il ricorso alla chirurgia. In 1 caso si è avuto un "sospetto" di discite ("sospetto" in quanto non sono stati eseguiti gli esami sierologici e batteriologici anche perché la paziente è migliorata dopo 10 giorni di antibioticoterapia e riposo assoluto a letto). In definitiva la PLDD rappresenta verosimilmente, e a mio giudizio (anche come neurochirurgo) lo è di certo, l'approccio realmente mininvasivo di prima scelta nel trattamento di larga fascia di pazienti affetti da ernie discali sintomatiche e ribelli ai più comuni trattamenti conservativi. La PLDD offre numerosi vantaggi rispetto alle procedure chirurgiche classiche (ortopediche o microneurochirurgiche): minore invasività; possibilità di essere eseguita in regime di Day-Surgery; ottimi risultati nel trattamento delle protrusioni discali ove l'indicazione chirurgica non dovrebbe essere mai posta; minor tempo di convalescenza (con notevoli risvolti positivi a livello economico-sociale); assenza di complicanze in mani esperte; conservazione "sostanziale" delle strutture della colonna vertebrale; assenza di aderenze fibrotiche periradicolari; assenza di dolori - anche cronici - dovuti a danno muscolare post-chirurgico; non utilizzo di anestesia generale con conseguente possibilità di trattare pazienti "scompensati" per altre patologie o per anzianità.








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