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PAPILLOMAVIRUS

 Prof. Vincenzo Gentile  - Patrizio Vicini - Roma

(Totten PA,Schwarz MA, Sjostrom KE et al: Association between Mycoplasma genitalium with nongonococcal urethritis in heterosexual men. J Infect. Dis. 2001; 183, 269-276)

 

Piccoli virus  a DNA  a simmetria icosaedrica privi di involucro pericapsidico, agenti eziologici di processi proliferativi dei tessuti epiteliali squamosi. Il loro studio, per lungo tempo limitato dalla impossibilità di coltivazione in vitro, è oggi reso possibile da tecniche di biologia molecolare che  hanno consentito di migliorare  le conoscenze inerenti la loro  biologia e la loro importanza in patologia u     mana

In tutto il mondo questi virus rappresentano i principali  agenti eziologici di infezioni a trasmissione sessuale.

 Secondo l’inquadramento clinico tradizionale vengono suddivisi in genotipi a basso,  medio e alto  rischio, intendendo con ciò  il potenziale di evoluzione neoplastica. HPV 6 e 11 sono più frequentemente incriminati nella genesi di conditomi acuminati, altri (16,18,31,33,35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 66 e 68) sono associati a lesioni ad evoluzione potenzialmente maligna. Non sono rare le infezioni multiple(8). 

Grazie alle potenzialità offerte dalle tecniche di biologia molecolare è stato possibile  caratterizzare l’intero genoma degli HPV. Sono presenti geni che codificano per proteine non strutturali (E1 E2 E4 E5 E6 E7)  e geni che codificano per proteine virioniche (L1 e L2), proteine che  vengono indicate con la lettera E e  con la lettera L dai  termini inglesi early e late in base alla sequenza temporale con la quale vengono sintetizzate all’interno della cellula ospite.

I geni precoci vengono trascritti nella fase iniziale del ciclo di replicazione virale e sono responsabili della replicazione del DNA, della regolazione trascrizionale e della trasformazione. I geni precoci sono gli unici espressi in una infezione abortiva non seguita cioè dalla formazione di progenie virale completa: in particolare le proteine codificate da E1 e E2 sono essenziali per l’inizio della replicazione del DNA virale agendo di concerto, i geni E6 e E7 codificano per le maggiori proteine ad azione trasformante in grado di indurre proliferazione e immortalizzazione delle cellule umane.

I papilloma virus possiedono uno specifico ed esclusivo tropismo per gli epiteli pluristratificati dell'ospite naturale dove si replicano nel nucleo cellulare dando luogo a caratteristiche lesioni. Tali lesioni coincidono con la presenza di coilociti, cellule con grossi vacuoli perinucleari e addensamento di citoplasma considerate patognomoniche dell'infezione. L'impiego di tecniche molecolari non sempre conferma la presenza di HPV DNA in tali cellule che possono essere  evidenziate anche in corso di altre infezioni virali.

Anche le infezioni da papillomavirus come quelle erpetiche presentano degli episodi di ricorrenza delle lesioni, intervallate da periodi di assenza di segni clinici.

L’infezione latente da HPV è  caratterizzata dalla presenza nelle cellule infette del genoma virale che si mantiene silente o che tutt’al più esprime solo una parte delle proteine precoci. Si parla invece di infezione persistente qualora essa sia caratterizzata da una replicazione virale completa ma di livello estremamente limitato.

L’infezione da HPV, nella maggioranza dei casi asintomatica, riguarda uno dei capitoli più attuali e discussi nell’ambito delle MST data l’importanza del suo ruolo nella genesi del tumore della cervice uterina e di carcinomi squamosi del pene. 

L’intervallo di tempo tra l’infezione iniziale e la comparsa del carcinoma può essere lungo, nel caso del carcinoma del tratto genitale nell’uomo questo intervallo può essere di decenni.

Tuttavia poiché non tutti i soggetti con infezione da HPV ad elevato rischio oncogeno (16 e 18) sviluppano il tumore è ipotizzabile che siano necessari eventi addizionali.

Quali importanti fattori per la progressione neoplastica  sono stati ipotizzati l’abilità del virus di determinare un’infezione persistente con conseguente espressione protratta di geni virali, indipendentemente dalla presenza di una manifestazione clinica, come anche la presenza di altri agenti infettivi, in particolare Micoplasmi e HSV2 che vari studi epidemiologici sui fattori di rischio hanno indicato quali cofattore per una azione trasformante di HPV.

La diagnosi di laboratorio si basa prevalentemente sulla dimostrazione della presenza del virus nella lesione sospetta mediante  di tecniche di biologia molecolare quali:

·        Ibridazione in situ:  metodo che ha una sensibilità del 60-80% e che permette di svelare sequenze di DNA  virale all’interno di cellule di preparati citologici o istologici. Il procedimento lascia indenne la morfologia delle cellule o del tessuto permettendo quindi un confronto dei risultati della reazione di ibridizzazione con quelli dell’esame citologico o istologico

·        Ibridazione in situ preceduta da amplificazione del DNA virale mediante PCR: il test è altamente specifico e di sensibilità superiore all’ibridazione in situ ma di notevole difficoltà esecutiva

·        PCR su DNA estratto da cellule  e tessuti. Questo metodo rileva la presenza di virus in campioni clinici mediante l’amplificazione della maggioranza dei genotipi di HPV di rilevanza clinica Inoltre, mediante analisi di restrizione dei frammenti amplificati, è possibile effettuare la tipizzazione del virus, distinguendo tra tipi ad alto e basso rischio di oncogenicità, elemento importante a fini prognostici essendo alcuni genotipi di HPV ormai riconosciuti associati a carcinoma nell’apparato genitourinario.

Tale metodica si è rivelata di elevatissima sensibilità, sino a 1000 volte di più delle consuete tecniche di ibridazione in situ, permettendo di identificare nel campione biologico la presenza di10 - 100 copie del genoma virale

 

 

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Malattie sessualmente trasmesse

 

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Micoplasmi genitali
Chlamydia trachomatis
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Conclusioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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