Malattia di Huntington e nuove terapie

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Biomarcatori per il monitoraggio della terapia, modelli terapeutici innovativi e il ruolo dei pazienti all’interno del processo di ricerca: sono tre i messaggi chiave emersi al termine della XIV Conferenza Annuale organizzata dalla CHDI Foundation sulla malattia di Huntington.

La malattia di Huntington è una rara malattia neurodegenerativa, diffusa più di quanto si immagini. In Europa e USA, infatti, la frequenza è stimata in 10-14 casi per 100mila abitanti; nel nostro Paese, la frequenza, anche se sottostimata, si aggira intorno agli 11 casi per 100mila persone, ovvero circa 6.000-6.500 persone malate solo in Italia. Tuttavia, trattandosi di una malattia genetica dominante, le persone a rischio di ereditare la mutazione salgono a 30-40mila.

BIOMARCATORI DI PROGRESSIONE

“Il primo punto sul quale vale la pena riflettere è che esiste la necessità di ricercare in maniera affidabile nuovi e significativi biomarcatori, preziosi soprattutto per il monitoraggio di terapie sperimentali”, spiega il prof. Ferdinando Squitieri, Responsabile dell’Unità Ricerca e Cura Huntington e Malattie Rare dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza/CSS-Mendel e Direttore Scientifico della Fondazione Lega Italiana Ricerca Huntington e malattie correlate (LIRH) Onlus, Roma, che era presente al Convegno. “In particolare, è stata sottolineata l’importanza di identificare biomarcatori di derivazione strutturale e funzionale, che si ottengono direttamente da analisi del sistema nervoso e dell’encefalo anche attraverso tecnologie innovative di risonanza magnetica avanzata.”

Da un punto di vista patologico, la malattia di Huntington si contraddistingue per la perdita dei piccoli neuroni spinosi nel caudato e nel putamen, le strutture che formano lo striato, la parte più profonda del cervello. Ciò determina la peculiare coincidenza di sintomi motori, cognitivi, funzionali e comportamentali. Tuttavia è stato osservato anche un danno a livello della corteccia fronto-temporale e della sostanza bianca, per cui i ricercatori stanno indagando attentamente l’alterazione delle connessioni cerebrali deputate ai processi di comunicazione tra le varie parti del cervello. “Ciò che sta emergendo è che, specie in fase pre-sintomatica, bisogna cercare biomarcatori delle alterazioni della sostanza bianca, la sostanza isolante posta intorno ai prolungamenti nevosi che permettono all’impulso di essere trasmesso da una parte all’altra dell’encefalo.”

NUOVE OPZIONI TERAPEUTICHE

“Il secondo messaggio lanciato durante il Convegno ruota intorno all’enorme sforzo che ricercatori e industria farmaceutica stanno compiendo per abbassare i livelli di huntingtina tossica”, prosegue Squitieri. “E questi sforzi sono legati in parte a farmaci antisenso, come quelli proposti da Roche e Wave life sciences, e in parte ad altre nuove tecnologie.”

Si sta infatti studiando l’efficacia di farmaci antisenso somministrabili attraverso una infiltrazione intratecale direttamente nel liquor allo scopo di ridurre i livelli di huntingtina: il farmaco di Roche lo fa in maniera non selettiva, cioè abbassando i livelli sia di huntingtina tossica che di quella normale, ereditata dal genitore sano; quello di Wave Life Sciences concentrandosi prevalentemente su quella tossica. “Oltre a ciò sono emerse altre tre strategie che non sono ancora in fase avanzata di sperimentazione clinica ma che risultano promettenti. Una di queste è condotta da Uniqure ed è una terapia genica in senso stretto perché sfrutta un vettore virale per veicolare un gene che codifica per un frammento di micro RNA (miRNA), il quale rappresenta una sonda complementare all’RNA dell’huntingtina a cui si lega in maniera specifica e selettiva, riducendone così i livelli.

IL RUOLO DEI PAZIENTI

L’ultimo, ma non meno importante, aspetto legato alla malattia sottolineato nel corso del Convegno svoltosi a Palm Springs è legato al ruolo dei pazienti e alla profonda necessità di coinvolgerli in maniera attiva, favorendo la raccolta di informazioni che derivino proprio dai malati prima ancora che dai modelli di malattia. “Mi hanno molto colpito le parole di un relatore che affermava come in questo momento il bisogno della partecipazione dei pazienti agli studi clinici da parte dei ricercatori stia letteralmente esplodendo”, dichiara Barbara D’Alessio, della Fondazione LIRH (Lega Italiana Ricerca Huntington e Malattie Correlate), unica organizzazione italiana rappresentativa dei pazienti presente al Convegno. “Molto più che in passato i ricercatori hanno un enorme bisogno del contributo dei pazienti perché la collaborazione del malato, più ancora che del campione di sangue o tessuto che esso può offrire, è imprescindibile dalla fase di ricerca e comprensione della malattia.”