Malattia del “dito grosso”. Terapia sperimentale anche in Italia

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La macrodattilia (dal greco makrós e dáktylos, letteralmente “grande dito”) è una rara malattia caratterizzata dalla presenza di una o più dita della mano o del piede di dimensioni molto più grandi rispetto alle altre. Presente fin dalla nascita a causa della mutazione del gene PIK3CA, che si verificherebbe in uno stadio variabile dello sviluppo dell’embrione, la malattia provoca un ingrossamento generale e eccessivo delle dita e delle parti circostanti, tra cui i tendini, i nervi, le unghie, la pelle e le ossa. La macrodattilia può causare grandi disagi, dalla difficoltà a camminare alla necessità di interventi chirurgici, fino ad arrivare, nelle forme più gravi, all’esigenza di amputazione di uno o più dita o di un intero raggio, soluzione che non sempre si dimostra definitiva.

Nonostante sia molto invalidante, la macrodattilia non è inserita nella lista delle malattie rare esenti da ticket. Manca quindi la possibilità di identificare con precisione la prevalenza e l’incidenza di questa condizione; non esiste un elenco dei centri regionali e nazionali di riferimento per la specifica malattia (si fa dunque riferimento ai centri accreditati per la Dismorfologia) e non sono state delineate linee guida condivise dai medici.

Per accendere i riflettori su questa malattia e vedere riconosciuti i propri diritti, pazienti e genitori hanno indetto la prima giornata nazione dedicata a questa patologia: “Un percorso reso ancora più complesso dal fatto che la macrodattilia non è inclusa nell’elenco delle malattie rare, neppure nella versione ampliata contenuta nei Nuovi LEA: perciò non abbiamo accesso ai registri per poter avere informazioni precise sulla malattia”, spiega il presidente dell’Associazione Nazionale Macrodattilia Onlus, Federica Verduzzo. “Abbiamo cercato di stimare la frequenza della macrodattilia in Italia sulla base delle poche pubblicazioni reperibili in letteratura”, aggiunge Federica Borgini. “Secondo questi calcoli, l’incidenza sarebbe di 0,2 casi su 10.000 nati e la prevalenza di 0,18 casi su 10.000 abitanti, dati che la farebbero rientrare fra le malattie ultra-rare”.

Nonostante il mancato riconoscimento come malattia rara, la ricerca non ha abbandonato questi bambini, al punto che sono in corso quattro sperimentazioni cliniche nel mondo: tre studi di Fase II, su una molecola chiamata sirolimus, sono in corso negli Stati Uniti, in Francia e nel Regno Unito; in Italia è invece in corso uno studio clinico di Fase I/II su una nuova molecola, ARQ 092, nei pazienti con significativa morbilità, scarsa qualità di vita e prognosi sfavorevole. I centri coinvolti sono l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Vittorio Emanuele di Catania e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che guida la sperimentazione nel nostro Paese e presso il quale sono attualmente in cura circa 10 pazienti con manifestazioni cliniche severe di malattia da iperaccrescimento. “Il trial, in aperto e a singolo braccio, è partito da circa 6 mesi: ogni paziente seguirà un percorso terapeutico della durata di 18 mesi e non si esclude di coinvolgere anche altri centri”, spiega il prof. Andrea Bartuli, responsabile dell’U.O.C. Malattie Rare e Genetica Medica commentando lo studio in corso sostenuto dall’azienda americana ArQule. “I pazienti con sindromi da iperaccrescimento con macrodattilia hanno una mutazione a mosaico, solo nei tessuti colpiti: nel corso dello studio, quindi, si effettuerà una biopsia della zona affetta da iperaccrescimento per verificare la presenza di mutazioni genetiche correlate. In seguito, verificheremo se la molecola ha la capacità di inibire o addirittura ridurre la proliferazione cellulare. Persino l’amputazione non sempre è risolutiva, quindi credo che se il trial darà i risultati sperati, i due trattamenti potranno essere usati in sinergia, a seconda dei casi. E se ARQ092 dimostrerà di essere sicuro ed efficace – conclude Bartuli – sarà possibile accelerarne il percorso, autorizzando un suo uso compassionevole, nei casi gravi, prima che acceda alla Fase III.”