Il
comitato di biotecnologie ha consegnato la relazione al governo. Santi:
«Schedati anche gli autori di reati finanziari» E' in arrivo la banca dati del
Dna dei criminali. Anche in Italia, come già negli Usa e in Europa, i malviventi
saranno schedati non solo in base alle impronte digitali, ma anche con il Dna.
Che verrà prelevato anche senza il loro consenso, grazie a un campione di
saliva. Il Comitato nazionale di biotecnologie e biosicurezza - presieduto da
Leonardo Santi - ha consegnato al sottosegretario Gianni Letta la conclusione di
oltre dodici mesi di lavoro per allestire anche in Italia una "anagrafe
criminale genetica". Che sarà custodita dal ministero dell'Interno. Per rendere
operativo il progetto, manca soltanto il via libera del parlamento.
Deputati e senatori saranno (anche) chiamati ad esprimersi su una questione
meramente politica nella quale il Comitato non ha voluto entrare. Ovvero:
dev'essere schedato il Dna delle persone già detenute? O ci si deve invece
limitare - come è invece previsto dalla relazione conclusiva presentata a
Palazzo Chigi - a prelevare il Dna dei nuovi arrestati?
Certo è che grazie alla banca dati del Dna dei malviventi, la procedura
investigativa potrebbe essere capovolta. Anche in assenza totale di un sospetto,
le ricerche potrebbero partire sulla base del Dna rilevato sulla scena del
crimine. Con un clic alla banca dati del Viminale, anche senza testimoni del
fatto, verrebbe identificato l'autore del reato. Ovviamente se si tratta di un
recidivo già incappato nella giustizia, dalla quale è stato geneticamente
schedato.
«Gli altri Paesi europei, con i quali ci siamo confrontati prima iniziare il
lavoro, dopo l'introduzione della banca dati del Dna dei malviventi hanno visto
aumentare dal 6 al 64% la percentuale di identificazione dei colpevoli di reati.
Soprattutto per quanto riguarda stupri, scippi e furti» premette il professor
Santi. E spiega: «Prima di giungere alle conclusioni, abbiamo lungamente
discusso per risolvere tre questioni basilari. La prima riguardava il come
prelevare i reperti organici. Esclusi i capelli, il loro prelievo poteva essere
considerato una violenza, dopo aver dibattuto di tutte le altre eventualità
abbiamo optato per la saliva. La seconda non facile questione riguardava i
reati. Dopo moltissime discussioni, ci siamo trovati d'accordo nel fissare la
flagranza di reato o reati per i quali sono previsti minimo tre anni di
detenzione. S'è discusso anche dei reati di carattere finanziario, che alla fine
sono stati inseriti».
Una pausa e Santi aggiunge, sintetizzando i risultati di una discussione, che ha
coinvolto anche il garante per la privacy: «Un altro scoglio che abbiamo
affrontato è stato il timore che il Dna custodito nella banca dati potesse in
qualche modo venire utilizzato per altri fini. Ma oggi ci sono modernissimi kit,
che consentono test esclusivamente a scopi identificativi». Nessuno, insomma,
potrà utilizzare il Dna conservato dal Viminale per verificare eventuali
malattie o dirimere casi di paternità contestate».
Fissate le regole-base, il Comitato s'è trovato poi a normare scottanti
questioni. Ad esempio? Che fare del Dna schedato? Fino a quando va tenuto? E
ancora: una volta finiti nella schedatura genetica, ci si rimane a vita?
Replica il presidente del Comitato: «In caso di proscioglimento, il Dna viene
immediatamente distrutto». Per verificare la reazione degli italiani alla banca
dati, il Comitato ha anche realizzato dei sondaggi d'opinione.
«Gli italiani sembrano molto favorevoli. Anche perché la sicurezza è l'aspetto
che tutti segnalano come prioritario. Ma per avere elementi più concreti e
precisi - puntualizza Santi - Abbiamo commissionato un sondaggio scientifico
alla Observa di Trento. Inoltre, abbiamo affrontato la questione con i
procuratori capo di Genova e Padova e anche loro sono apparsi favorevoli».
E pensare che alla banca dati del Dna dei malviventi si è arrivati dal "sacro".
Partendo dalle "lacrime" che "sanguinava" la Madonnina di Civitavecchia. Il
proprietario della statuetta rifiutava l'esame del Dna.
Ricorda Leonardo Santi: «I suoi legali si opposero con un ricorso alla Corte
Cortituzionale, che invitò a riscrivere l'articolo in cui si proibivano esami
clinici obbligatori senza il consenso dell'interessato. Poi toccò al procuratore
antimafia Pierluigi Vigna caldeggiare un nuovo articolo di legge che
autorizzasse prelievi coatti. Da lì, iniziò il gruppo di biosicurezza del nostro
Comitato, al quale hanno partecipato esperti ed esponenti bipartisan. Che hanno
unanimemente riconosciuto come il Dna schedato sia molto più sicuro di quello
preso furtivamente da una sigaretta».
Patrizia Albanese
e.