Anno III - n°18 - 31.05.2005 Pagine Liguri

   


Tutto pronto per la banca dati dei DNA criminali


Il Secolo XIX

Il comitato di biotecnologie ha consegnato la relazione al governo. Santi:
«Schedati anche gli autori di reati finanziari» E' in arrivo la banca dati del Dna dei criminali. Anche in Italia, come già negli Usa e in Europa, i malviventi saranno schedati non solo in base alle impronte digitali, ma anche con il Dna. Che verrà prelevato anche senza il loro consenso, grazie a un campione di saliva. Il Comitato nazionale di biotecnologie e biosicurezza - presieduto da Leonardo Santi - ha consegnato al sottosegretario Gianni Letta la conclusione di oltre dodici mesi di lavoro per allestire anche in Italia una "anagrafe criminale genetica". Che sarà custodita dal ministero dell'Interno. Per rendere operativo il progetto, manca soltanto il via libera del parlamento.
Deputati e senatori saranno (anche) chiamati ad esprimersi su una questione meramente politica nella quale il Comitato non ha voluto entrare. Ovvero:
dev'essere schedato il Dna delle persone già detenute? O ci si deve invece limitare - come è invece previsto dalla relazione conclusiva presentata a Palazzo Chigi - a prelevare il Dna dei nuovi arrestati?
Certo è che grazie alla banca dati del Dna dei malviventi, la procedura investigativa potrebbe essere capovolta. Anche in assenza totale di un sospetto, le ricerche potrebbero partire sulla base del Dna rilevato sulla scena del crimine. Con un clic alla banca dati del Viminale, anche senza testimoni del fatto, verrebbe identificato l'autore del reato. Ovviamente se si tratta di un recidivo già incappato nella giustizia, dalla quale è stato geneticamente schedato.
«Gli altri Paesi europei, con i quali ci siamo confrontati prima iniziare il lavoro, dopo l'introduzione della banca dati del Dna dei malviventi hanno visto aumentare dal 6 al 64% la percentuale di identificazione dei colpevoli di reati. Soprattutto per quanto riguarda stupri, scippi e furti» premette il professor Santi. E spiega: «Prima di giungere alle conclusioni, abbiamo lungamente discusso per risolvere tre questioni basilari. La prima riguardava il come prelevare i reperti organici. Esclusi i capelli, il loro prelievo poteva essere considerato una violenza, dopo aver dibattuto di tutte le altre eventualità abbiamo optato per la saliva. La seconda non facile questione riguardava i reati. Dopo moltissime discussioni, ci siamo trovati d'accordo nel fissare la flagranza di reato o reati per i quali sono previsti minimo tre anni di detenzione. S'è discusso anche dei reati di carattere finanziario, che alla fine sono stati inseriti».
Una pausa e Santi aggiunge, sintetizzando i risultati di una discussione, che ha coinvolto anche il garante per la privacy: «Un altro scoglio che abbiamo affrontato è stato il timore che il Dna custodito nella banca dati potesse in qualche modo venire utilizzato per altri fini. Ma oggi ci sono modernissimi kit, che consentono test esclusivamente a scopi identificativi». Nessuno, insomma, potrà utilizzare il Dna conservato dal Viminale per verificare eventuali malattie o dirimere casi di paternità contestate».
Fissate le regole-base, il Comitato s'è trovato poi a normare scottanti questioni. Ad esempio? Che fare del Dna schedato? Fino a quando va tenuto? E
ancora: una volta finiti nella schedatura genetica, ci si rimane a vita?
Replica il presidente del Comitato: «In caso di proscioglimento, il Dna viene immediatamente distrutto». Per verificare la reazione degli italiani alla banca dati, il Comitato ha anche realizzato dei sondaggi d'opinione.
«Gli italiani sembrano molto favorevoli. Anche perché la sicurezza è l'aspetto che tutti segnalano come prioritario. Ma per avere elementi più concreti e precisi - puntualizza Santi - Abbiamo commissionato un sondaggio scientifico alla Observa di Trento. Inoltre, abbiamo affrontato la questione con i procuratori capo di Genova e Padova e anche loro sono apparsi favorevoli».
E pensare che alla banca dati del Dna dei malviventi si è arrivati dal "sacro". Partendo dalle "lacrime" che "sanguinava" la Madonnina di Civitavecchia. Il proprietario della statuetta rifiutava l'esame del Dna.
Ricorda Leonardo Santi: «I suoi legali si opposero con un ricorso alla Corte Cortituzionale, che invitò a riscrivere l'articolo in cui si proibivano esami clinici obbligatori senza il consenso dell'interessato. Poi toccò al procuratore antimafia Pierluigi Vigna caldeggiare un nuovo articolo di legge che autorizzasse prelievi coatti. Da lì, iniziò il gruppo di biosicurezza del nostro Comitato, al quale hanno partecipato esperti ed esponenti bipartisan. Che hanno unanimemente riconosciuto come il Dna schedato sia molto più sicuro di quello preso furtivamente da una sigaretta».
Patrizia Albanese

e.






 


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