La polemica scatenata da
Edoardo Berti Riboli, presidente della Società Ligure di Chirurgia trova
le prime conferme
«La politica invade molto spesso il campo della medicina. In teoria
la selezione dei professionisti destinati agli incarichi di maggiore
responsabilità dovrebbe prescindere da “valori aggiunti”. Dovrebbe
contare soltanto il merito. Ma credere che vada davvero così è un pio
pensiero». È l’opinione del professor Alberto Marmont. Non una
persona qualunque, ma uno dei padri dell’ematologia. Un nome al di fuori
(anzi, al di sopra) di qualsiasi manovra politica. Un medico genovese
noto in tutto il mondo. Marmont non vuole entrare nella polemica di
questi giorni: la nomina dei primari senza concorso. O con concorsi non
sempre trasparenti. Però tra i medici liguri sta scoppiando una vera e
propria rivolta.
Decine i messaggi e le telefonate che giungono al Secolo XIX. Ma il caso
è ormai nazionale, con le associazioni di categoria che dopo l’inchiesta
del nostro giornale chiedono concordi una nuova legge per concorsi più
trasparenti. Senza l’invadenza della politica.
Stefano Biasioli, segretario nazionale del Cimo (Coordinamento Italiano
Medici Ospedalieri) spara ad alzo zero contro il sistema vigente:
«Gli scandali sono due: il primo è quello dei concorsi. Una terna di
esaminatori propone tre nomi per il posto di primario. Senza alcun
punteggio. Il direttore generale dovrebbe assumere fra questi tre, ma
può anche scegliere qualcun altro. Basta che la scelta sia motivata. E
spesso sono motivazioni ridicole. Ma che concorso è?», si chiede
Biasioli. Aggiunge: «Con questo sistema anche chi è escluso non ha
alcun modo di fare ricorso, perché non esistono né punteggi, né
graduatorie».
Il secondo scandalo
C’è di più: «L’altro scandalo, che libera perfino dall’incomodo di
questi “concorsi” è proprio l’articolo 15 septies di cui ha parlato Il
Secolo XIX. Praticamente il direttore generale con una “pacca sulla
spalla” dà il posto a chi vuole. A questo punto - spiega Biasioli
- io penso che in Italia non esista più un posto di responsabilità
attribuito per meriti non politici. In tutta Italia non serve nemmeno la
telefonata del presidente della Regione, ma basta quella di un
segretario di partito che sostiene la maggioranza regionale per
sistemare le cose». Ma non sono soltanto i sindacati. Il malcontento
ormai dilaga. I casi di nomine politiche vengono alla luce. Del resto
già due settimane fa, il sito www.polis-savona, vicino al
centrosinistra, aveva raccolto lo sfogo di molti medici. Nomi di prima
grandezza, liguri e non solo. Si parlava di «concorsi con un candidato
solo», «di valutazioni di professionalità ormai diventate
opzionali». A rischio, ovviamente, dei pazienti.
Esami “formalità”
Scrive su “Polis-Savona” il dottor Giorgio Menardo, direttore del
dipartimento di Scienze mediche e direttore dell’Unità operativa di
Medicina interna e gastroenterologia dell’ospedale San Paolo: «Quando
si parla di Sanità la gente si preoccupa molto dei ticket, delle code al
pronto soccorso, dei tempi di attesa per visite ed esami, della qualità
del cibo e del comfort alberghiero degli ospedali, ma quasi mai nessuno
si preoccupa dei criteri con i quali vengono scelti i medici ai quali
sono affidati compiti di grande responsabilità come i Primari degli
ospedali».
Il concorso? «Non si tratta di un esame - scrive Menardo - ma di una
formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la
dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto
lasciando al Direttore Generale carta bianca per scegliere chi vuole».
E Menardo racconta lo sconcertante caso della Asl di Savona:
«Ultimamente sono stati ricoperti tre importanti posti di primario: i
concorrenti che si sono presentati alla selezione in due casi erano uno
solo ed in un caso due». Ma a intervenire sono anche medici di altre
regioni.
Scrive Ido Iori, primario Medico all’Ospedale di Reggio Emilia che ha
ricoperto l’incarico di Presidente Nazionale della Fadoi (l’associazione
dei medici internisti ospedalieri): «Se le decisioni gestionali e
programmatorie rimarranno ancorate ad equilibri più d’ordine locale ed
alle relazioni di carattere personale il nostro Servizio Sanitario
Nazionale continuerà a vedere la programmazione come una lontana
speranza, continuerà a perdere o a sottoutilizzare le competenze e le
sue strategiche potenzialità».
«Conta il clan»
Francesco Indiveri, professore di medicina interna del Dimi
(Dipartimento di Medicina Interna) è durissimo. E scrive:
«L’osservazione che la valutazione della professionalità è diventata
opzionale nella Società che, ahimè, abbiamo costruita è un dato di
fatto. In ambito sanitario questo fenomeno si associa spesso al fatto
che la competenza professionale venga posposta all’appartenenza a clan o
alla accondiscendenza verso il potente di turno. Questo stato di cose si
ripercuote sull’efficienza dei servizi e, soprattutto, determina una
stagnazione culturale asfissiante». Insomma, sembra dire Indiveri,
alla fine a rimetterci sono i pazienti, oltre ai medici meritevoli. Ma
il direttore del Dimi descrive impietosamente anche il clima della
sanità locale: «Assistiamo alla selezione di soggetti che nascono,
crescono e si pensionano nello stesso ospedale o, al massimo, a quello
dell’altro angolo della strada senza alcuna possibilità che l’innesco di
persone provenienti da esperienze culturali e professionali diverse
generi curiosità scientifica e crescita professionale».
A firma di Marco Menduni e Ferruccio Sansa
dal Secoloxix.it del 17 Dicembre 2007