L’84% degli ammalati di psoriasi sono delusi dalle terapie e il 90% le abbandona

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Il malcontento tra gli ammalati di psoriasi è palese per la maggior parte degli italiani che soffrono di questo disturbo: l’84% sono delusi della terapia attuale; il 90% abbandona qualsiasi forma di cura e l’80% dei malati viene colpito anche da depressione. Un’altra caratteristica è la presenza frequente di comorbidità come l’obesità (il 26% di chi aveva una malattia associata alla psoriasi), oltre al diabete (13%). Questa preoccupante realtà è stata fotografia dall’ADIPSO, l’Associazione per la Difesa degli Psoriasici, che ha valutato 5278 schede compilate da pazienti e 2560 da medici specialisti. Le schede sono state raccolte dall’associazione lo scorso 29 ottobre, durante l’Open Day del WPD (World Psoriasis Day), in 93 cliniche di riferimento regionali (ex Psocare) che hanno aperto le loro porte per fornire informazioni sulla malattia e svolgere visite e consulti gratuiti. “Un dato che fa molto riflettere –afferma la prof.ssa Ornella De Pità, dermatologa dell’ospedale Cristo Re di Roma – è che delle persone visitate o intervistate all’Open Day solo 102 erano state trattate da un centro di riferimento. Forse anche per questo hanno manifestato una forte delusione per le terapie ricevute. Inoltre la ricerca ha messo in luce una forte richiesta dei farmaci biotecnologici da parte dei pazienti, nonostante ci siano molte alternative prima di arrivare a questa risorsa.”

“Dobbiamo fare qualcosa per questa delusione dei pazienti”, commenta Mara Maccarone, presidente dell’ADIPSO. “Oggi ci sarebbero tutti i mezzi per curarsi, ma molti non ci riescono, e questo è enorme danno per il paziente e per la società. Le schede che abbiamo raccolto fotografano perfettamente la situazione generale, basti pensare che nei centri di riferimento in pochi anni siamo scesi da 12mila a 6mila pazienti, segno tangibile che qualcosa non va e non per colpa dei malati.”

“Il problema dell’abbandono della terapia – precisa il prof. Nicola Balato, del Policlinico Federico II di Napoli – è di comunicazione; per questo dobbiamo impostare un percorso di istruzione del paziente per fare in modo che segua il più possibile le terapie che proponiamo, anche spiegandogli che magari la prima può non funzionare ma che in quel caso ci sono delle altre ‘armi’ che si possono usare.”