Emofilia: la preoccupazione maggiore è la comparsa di inibitori

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In Italia l’emofilia colpisce circa 5mila pazienti (4.879), di cui 4mila di tipo A e quasi mille (859) di tipo B, rappresentando insieme circa il 45% del totale dei pazienti coagulopatici. L’approvazione di efmoroctocog alfa (rFVIIIFc) per l’emofilia A e di eftrenonacog alfa (rFIXFc) per l’emofilia B, in commercio anche in Italia rispettivamente col nome di Elocta e Alprolix, ha cambiato lo scenario terapeutico della malattia. Fra le sfide ancora aperte nella terapia dell’emofilia, la più preoccupante è sicuramente quella relativa agli inibitori. Questi anticorpi, prodotti dal sistema immunitario del paziente emofilico, in alcuni casi reagiscono in modo sfavorevole al trattamento e sono in grado di limitarne o annullarne l’efficacia.

Una buona notizia giunge da un recente studio canadese (Keepanasseril et a.) pubblicato sulla rivista Haemophilia, che mette in luce un ulteriore aspetto positivo dei prodotti a emivita prolungata: nel passaggio dalle precedenti terapie ai nuovi farmaci non si sono verificati casi di sviluppo di inibitori, come confermato dal Canadian Hemophilia Safety Surveillance (CHESS). Un dato confortante, rilevato su 139 pazienti con emofilia A e B, per il 93% in forma grave: la scelta, per il 79% dei pazienti, era ricaduta su Elocta (Fattore VIII), mentre il 22% era passato ad Alprolix (Fattore IX).

Anche uno studio post-marketing giapponese sul farmaco Elocta (Taki et al., PB 978) va nella stessa direzione, presentando i primi dati di sicurezza raccolti in un contesto real-world e riportati al congresso della Società Internazionale per la Trombosi e l’Emostasi (ISTH), che si è svolto nel luglio scorso a Berlino: nei 70 pazienti che hanno ricevuto il farmaco in Giappone non sono stati riportati eventi di inibitore, gravi reazioni allergiche o eventi trombotici vascolari gravi; un fatto che supporta il profilo di sicurezza favorevole del prodotto a emivita prolungata.

“La comparsa di anticorpi è molto più frequente nell’emofilia A, dove avviene fino al 30% dei casi, rispetto all’emofilia B, con solo il 3-5% dei pazienti”, spiega a O.Ma.R. Osservatorio Malattie Rare il prof. Giancarlo Castaman, Direttore del Centro Malattie Emorragiche e della Coagulazione dell’AOU Careggi di Firenze. “Solitamente, gli inibitori compaiono nei bambini all’inizio del trattamento, entro le prime 15-20 infusioni, e neutralizzano la terapia, ma possono svilupparsi anche in tarda età e dopo centinaia di infusioni. Per i pazienti che non rispondono all’induzione dell’immunotolleranza – prosegue Castaman – è possibile un trattamento sintomatico o più raramente in profilassi con agenti bypassanti, ma non c’è mai la certezza piena che la terapia abbia successo, o che abbia successo in tempi brevi come avviene con il fattore VIII, ma solo un 80% di probabilità.”

Un’ipotesi – quella della comparsa di inibitori – temuta sia dai pazienti che dai medici, come conferma la dott.ssa Cristina Santoro, del Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma: “Gli inibitori hanno un impatto negativo per il paziente, che presenta una sintomatologia emorragica più grave e meno controllabile con i farmaci a disposizione. Sono pazienti molto complicati, che non possono fare la profilassi se non con i cosiddetti agenti bypassanti, non ugualmente efficaci rispetto alla terapia preventiva con il concentrato del fattore carente. Il trattamento dei pazienti con inibitore è inoltre molto costoso. Infatti l’utilizzo degli agenti bypassanti per trattare o prevenire gli episodi emorragici, e la terapia di induzione dell’immunotolleranza, al fine di eradicare l’inibitore, hanno un peso importante anche sul piano economico; dunque, l’impatto degli inibitori è particolarmente gravoso.”

A maggior ragione dunque, i dati sui nuovi farmaci a emivita prolungata rappresentano una conferma importante per i clinici e i pazienti. Sapere infatti che il passaggio di terapia non comporta rischi riguardo lo sviluppo di inibitori può essere un elemento decisivo nella scelta terapeutica più adatta per ogni singolo paziente.