Cardinale Ravasi: Oftalmologia disciplina scientifica con dimensione teologica

519

“La mia presenza qui credo sia significativa per tre ragioni: prima di tutto perché il ‘vedere’ è una delle attività fondamentali dell’essere umano, per poter perlustrare e comprendere la realtà, non soltanto per registrarne la superficie. In secondo luogo perché è una delle categorie fondamentali della cultura: l’uomo attraverso il vedere e il contemplare, non soltanto il leggere, acquisisce infatti una conoscenza profonda del reale. In terzo luogo è una delle componenti fondamentali della religione, perché il vertice ultimo del credere non è il parlare e il dialogare, ma è il contemplare il mistero. L’oftalmologia è quindi una disciplina squisitamente scientifica con una dimensione teologica”. A dirlo il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, intervistato a Roma in occasione del 97° congresso nazionale della Società Oftalmologica Italiana SOI.

“Cosa possiamo fare per i non vedenti? Al di là di tutto quello che si fa attraverso il braille, direi che una delle componenti principali è quella del riuscire a far sì che loro sentano, attraverso la complessità degli altri organi, la presenza di tutto ciò che li circonda, soprattutto dell’affetto. Ma devo anche dire che in uno dei libri più famosi e popolari, come ‘L’Antologia di Spoon River’ di Edgar Lee Masters, c’è l’epigrafe funeraria di una cieca, la quale dice: ‘Io nella mia vita non ho visto quanto riusciva a vedere la mia vicina di casa, ma nessuno ha tenuto così bene la mia casa come l’ho fatto io, perché io avevo dieci pupille corrispondenti ai dieci polpastrelli delle mie mani.”

Il titolo del convegno “Vedenti e Veggenti”, cui Ravasi ha partecipato, prende spunto da un articolo che lo stesso Cardinale ha scritto. “Noi sappiamo che nelle nostre lingue esistono più vocaboli per indicare l’atto del vedere”, spiega Ravasi. “Ma il guardare non è identico al vedere: lo scorgere, il fissare, l’ammirare, il contemplare, sono infatti tutti vocaboli che indicano qualità diverse. Ebbene: il ‘vedente’ è colui che ha il suo organo visivo perfetto e riesce a comprendere la realtà esterna attraverso il suo sguardo. Noi sappiamo però che la parola ‘veggente’ veniva invece usata per i profeti, per le persone cioè dotate di una profondità particolare dal punto di vista interiore, in grado cioè di scoprire il senso ultimo della realtà. In questa luce possiamo distinguere tra ‘vedente’ e ‘veggente’ e l’augurio è che tutti non siano solo vedenti ma anche veggenti, capaci di interpretare il senso dell’essere e dell’esistere.”

“Non ho mai avuto un’esperienza dall’oculista – risponde Ravasi interpellato dai giornalisti – ma sono comunque sempre in un atteggiamento di grande attenzione e preoccupazione perché, se io dovessi non riuscire più a leggere, non saprei come trascorrere la mia vita stessa. È vero, amo molto la musica, ma per me la lettura è importantissima, mi immagino quasi nato con un libro in mano, quindi la vista per me è fondamentale. Spero che quelli che mi hanno ascoltato, se dovessi avere qualche difficoltà, mi accolgano e mi sostengano. L’augurio fondamentale – conclude il Cardinale – è quello di riuscire ad avere la consapevolezza, come avviene anche normalmente nella medicina in genere, non solo di donare a un paziente una salute migliore, ma di permettere alla persona di essere per esempio più colta, più intensa nelle esperienze e soprattutto di poter contemplare il volto della persona che ama in pienezza.”