Bianca, centenaria fiorentina che vive a Pistoia, diventa un esempio contro l’Alzheimer

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Dire che è un miracolo della natura (o del DNA) sarebbe riduttivo. Perché non si arriva a 100 anni in piena efficienza fisica e mentale senza metterci anche del proprio, senza volontà, impegno, intelligenza. In ogni caso, se la piemontese Emma Morano ha appena conquistato il record mondiale di longevità coi suoi 116 anni, la gagliarda Bianca Neri Nannini, fiorentina trapiantata a Pistoia, è di sicuro la centenaria più in forma del pianeta. In tutti i sensi. I 100 esatti li compirà lunedì 4 luglio, festeggiata in pompa magna dalla famiglia (3 figli, 6 nipoti e altrettanti bisnipoti) con la partecipazione del quartiere, un placido mix di villette e florovivai, di città e campagna nei pressi dello stadio, dove tutti la conoscono. Ma prima di allora sarà la star del VII Congresso Nazionale sui Centri Diurni Alzheimer qui in programma il 10 e 11 giugno per l’organizzazione scientifica dell’Università di Firenze, esempio incontrovertibile di brillante resistenza alle malattie neurodegenerative.
Tanto per capire: ha una memoria d’elefante, sgrana nomi, date e fatti dell’ultimo secolo senza perdere un colpo e con lucidità pitagorica. Ci vede e sente benissimo. Ogni giorno fa ginnastica in casa e un’ora di passeggio fuori (se piove si allena sulle scale) aiutandosi appena con un bastone. Fa shopping da sola, nei vicini giardinetti va in altalena come una bimba. Veste con sobria eleganza, monarchica per nostalgia (“Mi piaceva Umberto, il re di maggio”), legge di storia e di politica, segue Tg, talk show e ne discute (“Renzi? In gamba, ma si ricordi che non si governa da soli”). Insomma: in autonomia abita e in autonomia si gestisce in toto, senza la minima necessità di ricorrere alle badanti.
Se non bastasse, resta lei l’ammiraglio di un istituto immobiliare che fondò circa 60 anni fa, prima donna nel settore. “I titolari”, dice, “sono ormai i miei nipoti Monica e Luca. Ma c’è poco da fare: per le cose importanti i clienti cercano ancora me”. Dunque: “Nasco a Firenze nel 1916 in piena grande guerra, mentre i maschi di famiglia erano al fronte: nonno Albiero Neri, scultore e pittore, e babbo Gilberto, barbiere in S. Niccolò. Tutti di fede socialista e amanti di musica e teatro, passioni che ci portammo dietro quando nel ’25, ormai in pieno fascismo, convenne trasferirci a S. Felice, sulla montagna pistoiese. Mamma Augusta era morta anni prima di spagnola, così m’ha allevata zia Gina, la moglie di suo fratello Gino Bacci, socialista fuoriuscito in Svizzera con Sandro Pertini di cui restò amico per la vita”.
“Zia Gina era maestra, ma in quanto parente di antifascisti rimase senza lavoro. Così si occupò di me anche come insegnante quando, per lo stesso motivo, fui cacciata da scuola. Grazie a lei ho finito le elementari. Dalle suore ho invece imparato a cucire, cosa che nel dopoguerra mi avrebbe permesso di aprire un fortunato laboratorio di ricamo. Intanto, però, avevo conosciuto un bel giovane, Giulio Nannini, il mio futuro marito. Avevo 15 anni, lui 20 e faceva il tappezziere all’ospedale. Ci sposammo nel febbraio del ’36, l’anno dopo nacque Marcello, nel ’40 Manola”.
“Con la guerra Giulio fu arruolato in Sanità. Finì sul fronte jugoslavo, poi in Albania, infine in Russiasul Don con la divisione Pasubio. Tempi tremendi anche a casa. Non avevo neppure di che dar da mangiare ai figli ed ero così disperata che un giorno rovesciai una scrivania addosso al direttore dell’ospedale che mi negava lo stipendio di mio marito. Di lui non si sapeva niente da un anno e fu allora che feci il voto di dedicare un terzo figlio a S. Antonio se me lo avesse riportato. Giulio tornò alla fine del ’43 con i pochi sopravvissuti dell’Armir. Nel ’45 è nata Manuela”.
“A guerra finita c’era però da combattere per campare la famiglia. Per fortuna mio marito riprese il lavoro all’ospedale, mentre io feci la mia parte col ricamo. Guadagnai bene almeno fino alla crisi economica dei primi anni Cinquanta, poi decisi di cambiar mestiere. Tanti contadini abbandonavano i campi per la città e vendevano le loro case. Così passai gli esami alla camera di commercio e divenni agente immobiliare, la prima donna a Pistoia. Senza falsa modestia: sono stata brava, con serietà, onestà, efficienza. Ho sempre avuto tanti clienti, comprese molte delle più importanti famiglie di Pistoia. Peccato per il mio Giulio: un cancro se l’è portato via a 68 anni. Non s’è neppure goduto la pensione”.
“Qual è il mio segreto? Che sciocchezze. Io non ho segreti. Posso solo dire che ho sempre cercato di tenere allenati sia i muscoli che il cervello. Muoversi è essenziale, anche se fa fatica. Poi bisogna interessarsi alla vita, a quanto accade intorno a te, che si tratti di cultura o di sociale. Tuttora amo la lirica (e gorgheggia un pezzo di Bohème, ndr), leggo volentieri libri e giornali e da vecchia monarchica-socialista seguo la politica. Inoltre non ho mai fumato né bevuto alcolici. E a tavola preferisco frutta e verdura con pochissime carni rosse per via di un trauma di guerra quando, dopo un bombardamento, vidi morire un bambino squartato da una scheggia. Ma la pasta sì. La pasta mi piace. Anche al ragù”.
Arrivederci al congresso sui Centri Diurni Alzheimer. Madame Nannini sorridendo saluta e da sola si avvia verso casa. La strada è un po’ salita, ma lei l’affronta di buon passo con il suo bastone. Una figura neanche troppo minuta: un metro e sessanta di altezza per 65 chili o giù di lì, con un leggero foulard leopardato che le svolazza al collo. Anche a 100 anni la vita può essere leggera.