Montagna accessibile, anche per chi ha avuto un ictus

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La montagna è una meta molto ambita per la villeggiatura anche in estate perché consente di trovare rifugio dal caldo della città e dall’affollamento delle spiagge. Intraprendere viaggi lunghi e faticosi per raggiungere una località di montagna, spesso lontana dal luogo in cui si vive, è però assolutamente sconsigliato per coloro che sono stati colpiti da ictus cerebrale, soprattutto se sono trascorse soltanto 4 o 5 settimane dall’evento acuto. Il consiglio è di rimanere nelle vicinanze, in un luogo facilmente raggiungibile. Inoltre, già prima della partenza si suggerisce di verificare la presenza, nel luogo di destinazione, di un pronto soccorso. Ovviamente è consigliabile portare con sé le medicine in quantità sufficiente e per chi deve seguire un trattamento anticoagulante orale anche l’ultimo schema di terapia prescritto.

In estate la montagna è più accessibile e, vista l’assenza della neve, è più semplice avventurarsi sui sentieri anche a quote oltre i 2mila metri, senza contare l’innalzamento delle temperature che, a causa dei cambiamenti climatici, viene registrato anche in quota. Due settimane fa, ad esempio, si è registrato lo zero termico oltre la vetta del Monte Bianco e, in un Paese di montagna come Courmayeur, di giorno la temperatura ha raggiunto quasi i 30 °C; fortunatamente, la sera le temperature scendono sotto i 20 °C.

Bisogna però porre molta attenzione ed essere ben informati sui possibili rischi; per questo A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, ricorda quali sono gli aspetti che occorre tenere ben presenti per poter intraprendere una gita in montagna in sicurezza e tranquillità:

RIDUZIONE DI OSSIGENO DELL’ARIA INSPIRATA

È noto che più si sale in quota, più si riduce l’ossigeno nell’aria. A 3mila metri manca già il 30% di ossigeno, un’altitudine questa che risulta a rischio per gli anziani, spesso affetti da malattie croniche come ipertensione arteriosa, diabete mellito, pregresso ictus o infarto del miocardio in trattamento farmacologico.

FREDDO

Gli anziani sono più sensibili al freddo e sono a rischio di ipotermia. Anche d’estate in montagna è possibile imbattersi in fenomeni atmosferici improvvisi con rapido abbassamento della temperatura anche di dieci e più gradi; è dunque utile equipaggiarsi in modo corretto prima delle gite.

DISIDRATAZIONE

I cambiamenti climatici stanno determinando temperature molte elevate anche a quote prossime ai 3mila metri. È quindi necessario approvvigionarsi del giusto quantitativo di acqua per la gita che si vuol fare e valutare bene i punti di rifornimento, fontanelle, rifugi o altro, presenti sul percorso. Una corretta idratazione è necessaria per mantenere l’equilibrio dinamico tra l’apporto e la perdita di acqua, soprattutto durante l’esposizione ai forti raggi del sole di montagna, in mancanza del quale può presentarsi un importante rischio per la salute, tale da condurre anche ad insolazioni o, nel peggiore dei casi, a colpi di calore. L’acqua, bevuta a piccoli sorsi ad intervalli frequenti senza aspettare di avere sete, è ciò di cui il nostro organismo necessita per mantenere un buono stato di salute, elemento insostituibile nei processi vitali di idratazione e termoregolazione.

“La disidratazione rappresenta sicuramente uno dei pericoli maggiori in montagna”, dichiara il dott. Guido Giardini, Direttore SC di Neurologia e Stroke Unit e Responsabile del Centro di Medicina e Neurologia di Montagna dell’Ospedale Regionale U. Parini – USL della Valle d’Aosta. “Il sangue infatti diventa più spesso e quindi fatica a circolare nei piccoli vasi sanguigni del cervello e del cuore. Se a questo si aggiunge la carenza di ossigeno, ecco che aumenta il rischio per coloro che sono già stati colpiti da ictus o che presentano fattori di rischio cardio-cerebrovascolari. Nel dubbio è opportuno rivolgersi a specialisti con esperienza in medicina della montagna per avere consigli adeguati sui comportamenti da adottare o sulle terapie corrette da assumere.”

Salendo in quota, dunque, la pressione atmosferica diminuisce e, con essa, l’ossigeno a disposizione del nostro organismo. Se esistono gravi ostruzioni coronariche c’è il rischio che le richieste di maggior apporto di ossigeno non possano essere soddisfatte. Per questo è importante che, anche in presenza di una malattia coronarica, questa non sia così grave da compromettere un maggior apporto di sangue al cuore come durante lo sforzo. Sulla base di quanto riportato in letteratura, si può affermare che i pazienti con malattia coronarica che a livello del mare non presentano sintomi, abbiano una buona capacità lavorativa, una normale frequenza cardiaca e pressione arteriosa durante la prova da sforzo possono soggiornare in montagna e praticare, nella stagione estiva, l’escursionismo fino ad altitudini che raggiungono, ma non superano, i 3mila metri, sempre prendendo le giuste precauzioni affinché ciò avvenga con il minor rischio possibile per la salute.